giovedì 23 febbraio 2017

DELIRIO


Son le mie notti come questo vento,
turbine di passione che io non celi
come il sole dietro nuvola a giorno.

Non hai speranze se l’amor consuma,
giocando sopra un prato o con la luna
che striscia lenta, allunga il suo bagliore
dentro l’alcova, apposta tra glicini in fiore.

Il desiderio cresce, ardon le labbra,
e come fil di fumo in focolare al vento sale,
così risveglia i sensi lo sguardo tuo
che filtra tra le palpebre socchiuse,                                           

scioglie ogni freno, scuote dal torpore,
ogni fibra urla di piacere, i fianchi stanca
questo desio d’averti ancora accanto,

mirabile padrone del mio cuore.

Sellia Marina, 29 Febbraio 2016 
Menzione d'Onore-"Altre parole d'amore"-10 Settembre 2016


Il delirio degli amanti è tema ricorrente in poesia: la fiamma d’amore che brucia i sensi e il cuore arde fortemente nel pensiero dei poeti che tendono sempre a rendere il sentire come sentimento assoluto, sciolto, cioè, da ogni legame che impedisce all’uomo di andare al di là di una fisicità che potrebbe provocarne un’immediata dissoluzione. Così in questo componimento. Se nella prima strofa il ritmo è incalzante in sintonia con il motivo della passione vento/turbine, in cui la forza del desiderio si esprime attraverso una silenziosa esclamazione (che io non celi), perseguita con insistenza nel successivo paragone (come il sole dietro a nuvola a giorno), nelle quartine centrali lo stesso rallenta quasi a voler prolungare quegli attimi in cui il desiderio cresce, ardon le labbra fino a percepire i sensi come attratti da una forza sovrumana: così come il fil di fumo che il vento attrae a sé attraverso quel focolare che rimanda, come fatto poetico ormai storico, all’idea dell’intimità della casa, della sua parte più interna. Questa forza che si eleva sull’umano la si coglie particolarmente nella seconda strofa in cui la natura stessa si fa complice dell’ardore che coinvolge gli amanti: amore come lusus, gioco, nell’immagine del prato, e amore come nascondimento innanzi al quale solo la luna ha l’audacia di allungare il suo bagliore sino al talamo, eppure anch’essa si arresta tra i glicini in fiore, discreta, quasi rapita dalla sacralità dell’atto risvegliato da uno sguardo, anch’esso discreto (tra palpebre socchiuse), sebbene rapitore, ladro degli amorosi sensi (v. 11): così esso scioglie e scuote, ma se ogni fibra urla di piacere e i fianchi stanca è in virtù di un pensiero che è già desiderio – il desiderio di aver ancora accanto l’amato, quel mirabile padrone di stilnovistica memoria, ma di una memoria  rinnovata: non è l’amata ad essere domina, padrona, ma l’amato. Così l’ultimo verso che chiude il componimento rievoca tutta la classicità di un tema filtrato qui attraverso l’estremo desiderio della donna – non esplicito, non decantato – quello di appartenere al suo dominus, che per essere depositario di tanto ardore è, appunto, mirabile. ( M. Spagnuolo )

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