giovedì 30 marzo 2017

LA MIA ATLANTIDE

Nel silenzio, quando la luna eterna
palpiti lievi, come lumi appesi al cielo,
infinita mi pare questa volta silenziosa
piena di cuori gravidi e in attesa.

Soffi di zefiro che spira, ali vibranti,
mi risuonan, sussurri vaganti d’emigranti
da una stella a un astro che non brilla,

eppure, luce ricade ma il piatto è senza posta
mai eguale, meglio seguire l’onda
che inargenta ogni goccia che si specchia in mare.

E nel profondo, dove i coralli fan mura alle correnti
riscopro la mia Atlantide perduta
anch’essa dorme al lume della luna,

appena i raggi solcheranno l’acque
tornerà a vivere, indomita, eterna,
nel ricordo di molte vite erranti.

San Lazzaro di Salsena, 28 Luglio 2016 

Atlantide, un nome, una città, il mito che affascina autori di ogni tempo. Atlantide, sei veramente perduta? Sei stata veramente ingurgitata dagli abissi? Leggendo questo componimento ci si consola, fornendo a noi stessi la risposta che parla di un’immortalità che qui non viene più relegata al mito, al gusto del racconto, ma ad un sentire che va oltre ogni capacità di raccontare e di raccontarsi. La riscoperta di Atlantide è appunto nel profondo di un mare che l’autrice conosce bene, il pensiero, che s’inabissa in sensazioni e sentimenti che lasciano emergere nei suoi lettori la mirabile estasi leopardiana: naufragar m’è dolce in questo mare.
È il silenzio la condizione che conduce la poetessa a tuffarsi in un mare di sensazioni: visive, nelle immagini della luna, della volta silenziosa e della stella, e dell’astro che non brilla; uditive, nei palpiti lievi, soffi di zefiro, nelle ali vibranti, nei sussurri d’emigranti. Tali sensazioni, a loro volta, evocano esperienze di vite vissute e esperienze di dolore (cuori gravidi) e di speranza (in attesa), cui seguono i sussurri vaganti d’emigranti: sembra che in questo silenzio notturno e lunare il pensiero umano sia in grado di percepire miriadi di esistenze che come suono raggiungono l’autrice sotto forma di sussurri o palpiti lievi, suoni talmente indistinti che il pensiero ha necessità di prefigurarli: come lumi appesi al cielo.
In questo vortice di sensazioni, l’autrice fa l’esperienza di ritrovare Atlantide: se la luna si riflette nel mare in un’immagine che rimanda al piatto di una bilancia che non può pendere né in un verso né in un altro, avverte l’esigenza di abbandonarsi alla forza dell’onda. Che sia stata giustizia o meno poco importa: la superba Atlantide è sommersa, ma dorme al lume della luna, quasi protetta, gelosamente custodita dai coralli che fan mura alle correnti. E un anelito di speranza giunge nell’ultima strofa: risorgerà Atlantide, indomita, perché le intemperie non l’hanno sepolta del tutto quando può rivivere nella contemplazione di chi può sentirne ancora le voci; eterna perché la poesia la rende tale. La luna “eternatrice” (v. 1) diviene così, nell’ultima quartina, simbolo stesso della poesia: è risorta Atlantide, tra i versi di un bellissimo componimento.
 ( M. Spagnuolo )

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